Feeds:
Articoli
Commenti

Sono ancora nascosta tra le fronde di quest’albero scelto a casaccio due anni fa.

In questi anni a volte sono scesa. Ho mangiato. Ho sorriso. Ho leggiucchiato. E sono sempre tornata in questo rifugio.

È bello rimanere sospesi e sicuri.

Il vento asciuga le mie lacrime e mi culla cantando.

Ma non è una ninnananna.

Il vento mi sussurra instancabile qualcosa che non posso più ignorare.

Il dolore non passerà e tu non sarai mai pronta.

Non ho voglia di scendere, ma devo farlo.

Devo respirare, scivolare giù e camminare nella stessa direzione in cui stavo andando prima.

Senza correre e senza tornare indietro.

Chiara Palazzolo

In apparenza sembra andare tutto bene.
Poi, di botto, mi viene un nodo alla gola.
La trachea e l’esofago si contraggono. Per un attimo l’unica cosa che riesco a fare è sentire un dolore acuto.
Poi scompare, esattamente quando le lacrime cominciano a riempirmi gli occhi.
Adesso, per esempio, è scomparso del tutto.
Chiara Palazzolo è morta ed io sono smarrita.
E arrabbiata. E del tutto inadeguata.
E non trovo le parole e senza le parole non riesco a pensare.
A essere.
Mi rifugerò tra la chioma di un albero. Come Mirta.

Loredana Lipperini è saggista, giornalista, critica letteraria e voce di Fahrenheit (Rai Radio3). È autrice di un seguitissimo blog Lipperatura ed è anche l’autrice di un libro che ha cambiato (in meglio) la vita di tante bambine, e sicuramente la mia: Ancora dalla parte delle bambine (Feltrinelli, 2007).
Sono emozionata e onorata di averla intervistata.

Per me lei rappresenta il modello di intellettuale engagé. Non solo per saggi quali Generazione Pokémon (Castelvecchi, 2000) e il già citato Ancora dalla parte delle bambine (Feltrinelli, 2007), ma anche per l’impegno quotidiano che dedica a denunciare, spiegare, discutere attraverso il suo blog. L’ultima in termini cronologici è la battaglia #SAVE 194. In cosa consiste? Perché vengono messi in discussione diritti già acquisiti?

Perché, temo, sono appunto stati dati per acquisiti: cosa che per quanto riguarda i diritti non bisognerebbe mai fare. E anche per la difficoltà, che è quella forse più velenosa per il nostro paese, di ragionare in prospettiva. Il disinteresse per il referendum sulla legge 40, per esempio, è stato fatale, perché in quella stessa legge si apriva un varco alla messa in discussione della 194. In poche parole, le questioni che riguardano la legge sono due, l’esame da parte della Corte Costituzionale, il 20 giugno, di alcuni suoi punti. Ma, soprattutto, il suo progressivo svuotamento dall’interno con la quasi totalità di medici obiettori. La campagna è, fin qui, di informazione e sensibilizzazione. Ma se arriveranno testimonianze precise sugli ospedali in cui l’interruzione di gravidanza è resa impossibile potrebbero essere studiate altre azioni.
Ps. Non sono un modello e non mi ritengo un’intellettuale. Diciamo che sono una persona curiosa.

Un fenomeno di cui recentemente si è occupata è il femminicidio. Cosa sta succedendo oggi in Italia?

Quello che succedeva anche ieri. Con maggiore e terribile frequenza, però, se si contano una sessatina di donne uccise dall’inizio del 2012. Non è possibile individuare una sola causa per questa strage, ovviamente: ma ancora una volta quel che conta è portare alla luce il fenomeno perché se ne cerchino le ragioni.

Nella società liquida ha senso parlare ancora di femminismo?

Che lo si chiami come si vuole, ma finché la cosiddetta questione femminile non viene, se non risolta, affrontata correttamente, ha senso. Finché, intendo, non ci saranno pari opportunità di lavoro, pari retribuzione, condivisione della cura della famiglia e della casa.

Il suo ultimo saggio, Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010), sottolinea un cambiamento sostanziale nella società occidentale. Potrebbe parlarcene brevemente?

Brevemente temo di no. In poche, pochissime parole, gli anziani sono i deboli fra i deboli, soprattutto – considerando la disparità di genere – le donne. Per quanto ho trovato spaventoso che la prima misura dell’attuale governo colpisse i pensionati, che sono,in Italia, i più poveri dell’Europa.

All’inizio della sua carriera si è occupata di musica. Come è diventata una giornalista?

Scrivendo. A diciannove anni militavo nel Partito radicale, lavoravo nell’agenzia di stampa Notizie Radicali e per due anni l’ho diretta. Ho imparato sul campo.

Che rapporto ha oggi con la musica?

Strettissimo.

E con la letturatura? Quali sono i cinque libri (o autori) che secondo lei dovrebbero essere “lettura obbligatoria”?

Altrettanto stretto. Domanda difficile. Vado per autori. Dante. Virginia Woolf. Stephen King. Kate Mansfield. Thomas Mann.

Che cosa sogna per i suoi figli?

Che possano sognare sempre.

Un’ultima domanda, che cos’è per lei la cultura?

Tutto quello che ci circonda.

Maurizio Quarello è un illustratore. Uno dei migliori. Solo quest’anno ha vinto il Premio Andersen e il Premio Libreter come Miglior albo illustrato del 2012. Le tavole originali del suo ultimo lavoro Janet la storta (Orecchio Acerbo) saranno in mostra a Roma dal 17 giugno presso la galleria Tricromia (Roma).

Lei ha appena ritirato il Premio Andersen 2012 come Miglior Illustratore (la premiazione è avvenuta il 26 maggio al Museo Luzzani – Genova). Come ci sente ad ottenere questo ricoscimento in particolare?
Sono molto felice. Anche perché è uno dei più importanti premi italiani ed è un riconoscimento del mio percorso di illustratore. Da qualche anno ho infatti deciso di sperimentare, di cambiare tecnica e approccio a ogni libro che illustro.

O addirittura nello stesso libro. Come ha fatto in Janet la storta (Orecchio Acerbo, maggio 2012).
La mia schizofrenia tecnica è stata liberata! Ho fatto 30 tavole in circa un mese e mezzo: un vero invasamento! Illustrare il testo di Stevenson è stato appassionante. Ho cambiamo tre volte la tecnica in questo libro: la prima parte – l’antefatto – è in bianco e nero, a matita; la parte centrale – il presente – è a colori ad olio; la parte finale – quando comincia la notte di tregenda è ad acrilico e tutta sui toni del blu.

Lei – che lavora molto come illustratore di libri per bambini – che bambino era?
Ero un bambino molto tranquillo, almeno così dicono i miei genitori. In realtà ero un bravissimo dissimulatore: ne combinavo di tutti i colori, ma non mi beccavano mai! Nei fine settimana e durante le vacanze quando andavamo a trovare i miei nonni che abitavano in campagna amavo fare lunghe passeggiate nel bosco con mia sorella Cercavamo case abbandonate… Luoghi magici…
Ero anche un bambino che si arrampicava sulla libreria per prendere le monografie di Brueghel. Rimanevo ore a osservare tutti i dettagli delle sue opere. Il trionfo della morte era il mio preferito.

Qual è il suo rapporto con le parole, con i testi dei libri che illustra?
Ho sempre letto molto. Per me le parole, le storie sono importanti. Quindi se mi propongono di illustrare una storia che non mi piace rifiuto il lavoro. In un certo senso sono… viziato.

Lei lavora anche con i bambini realizzando workshop in scuole, biblioteche e librerie. Immagino che le piaccia…
Sì, è divertente e anche molto stancante: quattro ore con i bambini contano come sedici ore di lavoro! I bambini fanno delle domande bellissime, imprevedibili. Ricordano tutti i particolari delle illustrazioni e sono critici attenti e implacabili.

Quando ha deciso di diventare un illustratore?
Ho scoperto il disegno alla fine dell’asilo e… non volevo fare nient’altro! Ho studiato grafica al liceo. Ma all’epoca si disegnavano ancora i font a mano, non si usavano i computer… Dopo il diploma mi sono iscritto in Architettura, ma non mi divertivo. Un bel giorno ho scoperto l’albo illustrato. Non che abbia deciso di fare l’illustratore, non avevo scelte: era esattamente quello che volevo fare.

Qual è il suo pittore preferito?
Adoro i fiamminghi: Bosch, Brueghel… Poi Hopper. Lui è il maestro a cui mi ispiro di più. Per la composizione, l’atmosfera, le ombre… Per me la luce è quella di Hopper. Inoltre mi piacciono molto Grosz e Dix.

Lei lavora ascoltando musica?
Assolutamente sì. È impensabile per me lavorare senza musica. Ovviamente la musica cambia da libro a libro. Da illustrazione a illustrazione. Mi piacciono moltissimo la musica Klezmer, ska e rock steady, Django e Tom Waits.

Lei lavora moltissimo con l’estero ed ha abitano per lungo tempo a Cesky Krumlov (Repubblica Ceca). Cosa pensa del nostro paese?
Credo che, malgrado tutto, abbiamo ancora qualche anno per restare il paese più bello del mondo. Con i peggiori politici e amministratori possibili. Sono appena tornato dalla Francia, ospite di una cittadina con 50 mila abitanti che ha una mediateca con sessanta impiegati. Davanti a questa cittadina c’è un’isoletta con un centinaio di abitanti. Una volta alla settimana un impiegato della mediateca prende una barca e va ad aprire la biblioteca sull’isoletta. Ecco questi sono i francesi e noi… noi siamo un’altra cosa.

Lei lavora tantissimo con la Francia. Come mai?
È tutto cominciato con un libro che ho pubblicato con Orecchio Acerbo. Il libro è piaciuto a tre editori francesi, ma solo uno ne ha acquisito i diritti e gli altri due mi hanno chiesto di lavorare con loro.

Che cos’è la cultura per lei?
In un’altra intervista m’avevano chiesto cosa fosse il “bello”, avevo risposto: il contrario di quello che passa in TV. Si potrebbe dire la stessa cosa.
Ma potrei anche rispondere: “la ragione per cui…”.

Mostra delle tavoli originali di Janet la storta
Dal 17 giugno al 4 luglio
Tricromia illustrator’s international Artgallery
via di panico 35 00186 Roma (Castel Sant’Angelo)
t.+39 06.68.96.970 info@tricromia.com
http://www.tricromia.com

Ferite profonde

Esiste un’arte coltivata in segreto nelle redazioni delle case editrici.

L’arte della scelta (e confenzione) degli strilli.

Dagli strilli dipendono le prenotazioni in libreria, le recensioni dei giornalisti…

Vi segnalo Ferite profonde, il secondo romanzo di Nele Neuhaus per via di questo bellissimo strillo:

«I suoi assassini non sono psicopatici, serial killer, asociali. Sono persone normali, che fino al momento del crimine hanno vissuto esistenze del tutto simili alle nostre».
Giessener Allgemeine

Per Giano, da giugno in libreria

 

 

Quando ha deciso di diventare giornalista?
Non c’è stato un momento particolare della mia vita nel quale ho deciso di dedicarmi alla professione giornalistica. Non ho aneddoti da raccontare, né storie di folgorazioni sulla via di Damasco. Tendenzialmente sono una persona che non riesce ad accontentarsi della prima risposta. Succede nella vita privata, nelle amicizie, nei rapporti lavorativi. Devo prima andare a fondo, capire ed osservare, poi metabolizzare. Credo sia proprio questo aspetto del mio carattere ad avermi dato un indirizzo preciso. Perché di fatto il giornalismo – quello d’inchiesta – è scendere in profondità, guardare, toccare ed avere le idee chiare su fatti, per poterli rendere accessibili.

Come ricorda il primissimo reportage sull’ecomostro del Fuenti [l’enorme albergo realizzato abusivamente sulla costiera Amalfitana N.d.R.]? Come è andata a finire la vicenda?
Il primo impatto fu traumatico. Non avevo nemmeno vent’anni. Vedere sulla splendida costiera amalfitana – a picco sul mare – un mega albergo abusivo di 7 piani, per il quale furono impiegati oltre 30 mila metri cubi di cemento, è stato un feroce pugno nello stomaco. Ci sono voluti ben 31 anni per buttarlo giù, tra tentativi di condoni, connivenze, burocrazia e confische. L’area è stata, poi, riqualificata, destinandola a parco. Ma la ferita resta, così come il ricordo che ho di molte persone che all’epoca non parlarono.

Che rapporto ha con la sua terra?
Un legame indissolubile. Scoprirla giorno dopo giorno, nelle sue enormi contraddizioni e nelle bellezze paesaggistiche, nei colori e nei profumi è qualcosa di indescrivibile. Un marchio che ti rimane, anche quando sei lontano. Rocco Scotellaro si chiedeva “Sradicarmi?”, rispondendo che “la terra mi tiene e la tempesta se viene mi trova pronto”. Io sono emigrato, ma la terra mi tiene legato, proprio per effetto di molte ‘tempeste ambientali’ che fanno della Basilicata merce di scambio tra la mala amministrazione e gli interessi economici delle multinazionali dell’energia e dei rifiuti. Credo di aver dato tanto e di dare molto alla mia regione, quotidianamente, nonostante le distanze. L’impegno civile non ha confini.

Sei anni fa ha fondato l’Organizzazione lucana ambientalista. Con quale scopo?
Creare uno strumento di informazione e contro-informazione potenziando il ruolo e la presenza di associazioni e cittadini sul territorio. Uno spazio attivo nel quale avviare un cambiamento, anche e forse soprattutto di coscienza, attraverso delle scelte ben precise. In sostanza c’è da colmare lo scollamento tra politiche e problematiche ambientali. Purtroppo negli ultimi tempi non riesco a seguire come vorrei le attività della Ola, ma il gruppo che opera in loco sta facendo un duro lavoro, con riscontri positivi.

Qual è il suo film preferito?
Devo ammettere di non essere un grande cinefilo. Nei lungometraggi e nei cortometraggi ricerco espressioni e forme nuove di linguaggio. Verità e legami. Forse il film che da questo punto di vista mi ha lasciato di più è ‘Terra e libertà”di Ken Loach. Lo consiglio a chi ha deciso di vivere la propria vita in un continuo passaggio tra rancore, perdono, delusioni, orgoglio, incazzature, felicità e sogni.

Cosa pensa di Gomorra? Del film e del libro.
Ho apprezzato entrambi per forza narrativa. Ma preferisco il secondo. Che rappresenta l’esempio di come la parola – tanto amata a Saviano – sia in grado di oltrepassare la soglia più intima delle nostre paure. Il successo di Gomorra è stato questo. Quando penso al lavoro che c’è stato dietro, però, mi vengono in mente numerosi cronisti campani, calabresi e siciliani che con le loro certosine ricerche, nelle piccole redazioni di giornali locali, denunciano, raccontano la camorra e vivono sotto scorta, lontani dalla TV, dal clamore e dal ‘remidismo’.

È appena uscito il suo libro (Trivelle d’Italia, Altreconomia edizioni). Qual è la tesi di fondo del libro?
La tesi del libro è sintetizzata perfettamente nel sottotitolo. ‘Perché il nostro Paese è un paradiso per petrolieri”. Un viaggio-inchiesta – sullo sfondo di storie di comunità – sugli innumerevoli vantaggi che lo Stato italiano riserva alle compagnie petrolifere. Che pagano compensazioni ambientali, per gli abusi inferti ai territori, tra le più basse del mondo. Oggi, purtroppo, la società dei consumi non può prescindere ancora dallo sfruttamento delle fonti fossili, anche in considerazione del fatto che la politica energetica nazionale ed internazionale non fa nulla per invertire la tendenza. Ma quanto ci è costato e ci costa questo sfruttamento? Il petrolio è una risorsa esauribile in un processo inesauribile di danni alla salute e all’ambiente. Una violazione legalizzata, che si fa fatica a sopportare semplicemente guardando negli occhi chi ne subisce gli impatti. “Trivelle d’Italia”, attraverso una narrazione non proprio aulica, dà voce a chi non decide del proprio futuro. Un libro, mai scritto prima con questo indirizzo, che mi auguro possa fungere da apripista.

Cosa pensa dell’energia eolica? Le pale deturpano il paesaggio italiano?
Sono favorevole alle fonti rinnovabili. Anche se ho condotto inchieste sull’eolico e sulla sua applicazione, fatta di speculazione e di paesaggi deturpati. Il suo aspetto selvaggio e di deregolamentazione sono il male che hanno generato il mostro. Progetti senza alcuna logica, messi in piedi più per attingere agli incentivi pubblici e generare business, che per produrre energia alternativa sostenibile. Mi auguro che il futuro dell’energia nel nostro Paese non sia più rappresentato dal petrolio, ma dalle rinnovabili, in merito alle quali – però – è prioritario e necessario riscrivere regole ben precise, in un corretto regime di controllo e verifiche sulla reale fattibilità di numerosi impianti.

“Non voglio smettere di credere che fare informazione significhi fare buon giornalismo di denuncia. Penso, al tempo stesso, che la lotta sia un puro esercizio di stress.” È duro resistere?
Quello del giornalista è un mestiere difficile. Un mestiere che si impara, con dei paletti per precisi, senza escludere una certa predisposizione. Ad insegnarlo è la strada, è il contatto diretto con le fonti. In molti lo praticano non avendo mai scritto un articolo, anche in testate importanti. È in questi casi che ti rendi conto che a giocare un ruolo determinante di differenziazione tra chi ci è riuscito e chi meno, è la tua capacità di venderti al miglior offerente. Su questo non transigo. Un’inchiesta può essere definita tale se ha una storia, non solo da raccontare, ma se è qualcosa di vivo, animato e non costruito. Ma a volte è duro resistere, è duro non mollare. Principalmente quando, nonostante l’impegno e la dedizione, il confronto con l’esterno, con i lettori, con i direttori di giornale, con molti colleghi, diventa difficile. Sembra di vivere in due mondi che parlano la stessa lingua a corto di comunicazione.

Cos’è per lei la cultura?
Un patrimonio condiviso tra le persone che rappresentano il motore di una comunità, alimentata dai loro valori, dalle loro aspirazioni, dalle loro credenze, dalla loro conoscenza e dal loro comportamento. La condivisione deve avvenire tramite il confronto costruttivo e la sensibilità, che sono alla base della tolleranza. Cultura non è sorreggersi nella sinossi di un libro, ma cadere tra le sue righe. Macchiarsi d’inchiostro. Per me cultura è anche rispondere alle sue domande stabilendo un contatto fatto di curiosità ed aspettative.

Fossi stata in una libreria italiana non l’avrei neppure preso in mano questo libro.

Il cadavere di una ragazza senza braccio sinistro che sprofonda nel mare?!

E un titolo così melodrammatico?!

Il contrasto non mi avrebbe incuriosita.

Invece – in una libreria al di là dell’oceano – ho iniziato a leggerlo.

Perché in copertina c’è una ragazza disegnata in azzurro che nuota tra le onde spumose del mare.

Perché lo stesso editore pubblica Murakami.

Le prime righe non mi hanno colpita, ma la signora in lino bianco sì.

L’ho accompagnata fino alla fabbrica di tonno.

La sua reazione sarebbe stata la mia.

Empatia.

Qui potete leggere il primo capitolo. E capire se c’è empatia tra voi e la zia Isabelle.

La donna che si immerse nel cuore del mondo, Sabina Berman.